
Care amiche, oggi ci dicono che è la nostra “festa”.
Arrivano auguri, fiori, messaggi di rito. Per un giorno diventiamo improvvisamente “creature meravigliose”, “angeli del focolare”, “pilastri della società”. Parole che riempiono i social e le conversazioni di giornata. Eppure, mentre tutti celebrano questo momento, il mio pensiero e il mio cuore volano lontano, verso Teheran, verso quelle piazze e quelle strade dove il coraggio ha un nome e un volto preciso. Sento le loro voci gridare “Jin, Jîyan, Azadî” — Donna, Vita, Libertà — un grido che squarcia il silenzio dell’oppressione e che dovrebbe far tremare anche la nostra indifferenza. Penso alle ragazze che si tolgono il velo, che bruciano le catene che il regime ha imposto sui loro corpi, trasformandoli in confini da controllare.
Mentre noi oggi godiamo di libertà che spesso diamo per scontate — vestirci come vogliamo, studiare, parlare, cantare, ballare — loro mettono a rischio la vita per la stessa, elementare dignità. La loro lotta non è una storia lontana: è la nostra lotta. Perché se una donna non è libera, nessuna di noi è veramente libera.
Oggi ci festeggiano, ci celebrano per ventiquattro ore, ma il 9 marzo cosa succede? Il 9 marzo torniamo ad essere quelle che devono scegliere tra carriera e famiglia, quelle da cui non si può accettare un “no” o un “ti lascio”, quelle che devono quasi ringraziare se qualcuno le aiuta in casa. Ed è per questo che oggi voglio onorare le donne reali. Voglio festeggiare l’amica che lavora il doppio per farsi rispettare il triplo. Voglio festeggiare la mamma che si sente in colpa se lavora e si sente in colpa anche se non lo fa. Voglio festeggiare chi si alza ogni mattina e combatte contro i pregiudizi, contro i “non sei capace”, i “ma chi te lo fa fare”.
Non mi serve un giorno di mimose per sentirmi speciale. Mi basterebbe avere la sicurezza vera quando cammino per strada, avere la stessa dignità e lo stesso rispetto quando vengono messi in discussione i miei diritti e le mie libertà. Vedete, a noi basta davvero poco. Proprio per questo facciamo in modo che questa giornata non diventi l’ennesimo 8 marzo vissuto come tanti altri.
Cinzia.